Sanità
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"Salvare il SSN è una 'missione possibile' solo a patto che ciascuno faccia la sua parte sino in fondo. La sostenibilità della sanità pubblica è nelle mani di Stato, Regioni, professionisti sanitari e cittadini che contribuiscono in maniera sinergica ad affondare il SSN: per questo la Fondazione GIMBE a gran voce richiama tutti gli attori del sistema alle proprie responsabilità con precise richieste."

Queste le parole del Presidente della Fondazione GIMBE, Nino Cartabellotta, che esprimono il punto chiave dell'incontro “Uno per tutti, tutti per uno”, tenutosi il 4 marzo a Bologna. L' 11a Conferenza nazionale, alla quale hanno partecipato oltre 600 persone provenienti da tutte le regioni e rappresentative di tutte le professioni sanitarie, ha voluto tenere i riflettori puntati sulla più grande conquista sociale dei cittadini italiani: il Servizio Sanitario Nazionale.

In particolare, è stato evidenziato che, per difendere e garantire alle generazioni future un servizio sanitario pubblico, c'è la necessità di una riqualificazione della spesa sanitaria basata su una riorganizzazione più sostenibile, in modo che si possano riutilizzare appropriatamente i fondi.

Infatti, nel periodo 2012-2015 i tagli al SSN per quasi 25 miliardi di euro, sono stati fatti per esigenze di finanza pubblica e tutti al di fuori dell'Accordo Stato-Regioni ( cioè per Legge di stabilità 2013, Spending review, DL 98/2011, DL 78/2010). Il maggiore impatto sugli sprechi del SSN è dato da sovra-utilizzo, frodi e abusi, acquisti a costi eccessivi, sotto-utilizzo, complessità amministrative e un inadeguato coordinamento dell'assistenza.

Queste le basi dalle quali sono partite le proposte avanzate per una maggiore sostenibilità del SSN, individuate in tre settori: investire meno denaro pubblico, identificare altri canali di finanziamento e ridurre gli sprechi, possibile tramite un lavoro di disinvestimento e riallocazione.

Per arrivare a questi risultati, la Federazione GIMBE ha richiamato tutti gli attori del sistema sanitario alla proprie responsabilità e ha chiesto allo Stato di: arrestare il definanziamento del SSN e fornire ragionevoli certezze sulle risorse da destinare alla sanità pubblica. Avviare un’adeguata governance per regolamentare su scala nazionale l’intermediazione assicurativa. Rendere realmente continuo l’aggiornamento dei LEA. Potenziare gli strumenti di indirizzo e verifica nei 21 servizi sanitari regionali. Alle Regioni: avviare e mantenere un virtuoso processo di disinvestimento da sprechi e inefficienze e riallocazione delle risorse in servizi essenziali e innovazioni. Responsabilizzare e coinvolgere attivamente in questo processo le Aziende sanitarie e queste, a cascata, professionisti sanitari e cittadini.

Ai professionisti sanitari: mettere da parte interessi di categoria e sterili competizioni. Integrare competenze e responsabilità in percorsi assistenziali condivisi, basati sulle evidenze e centrati sul paziente. Identificare servizi e prestazioni sanitarie inefficaci, inappropriati e dal low value da cui disinvestire.

Ai cittadini e pazienti: convincersi che SSN non significa Supermercato Sanitario Nazionale. Ridurre le aspettative nei confronti di una medicina mitica e di una sanità infallibile. Essere consapevoli, in qualità di "azionisti di maggioranza", che il SSN è un bene comune da tutelare e garantire alle future generazioni.

Il vero problema evidenziato da GIME è che in sanità si investe sempre di meno, ma si continuano a sprecare preziose risorse: una voragine da 25 miliardi di euro che ogni anno viene assorbita da sovra- e sotto-utilizzo di prestazioni sanitarie, corruzione, acquisti a costi eccessivi, complessità amministrative e inadeguato coordinamento dell’assistenza.

Ecco perché le stime presentate sulle risorse disponibili per la sanità sino al 2025 indicano che – indipendentemente dalla quota di finanziamento pubblico – la sostenibilità del SSN è strettamente legata al disinvestimento (inteso come recupero -parziale o completo- di risorse in ambito sanitario da qualunque pratica, procedura, tecnologia o farmaco che rispetto al costo determina un guadagno di salute minimo o nullo, consumando risorse che possono essere riallocate) e inefficienze.


"Considerato che attualmente manca una strategia di sistema per ridurre gli sprechi e aumentare il value dell’assistenza – sottolinea il Presidente – una quota consistente della spesa sanitaria non produce alcun ritorno di salute. Per alcune categorie di sprechi le Istituzioni stanno andando nella giusta direzione, almeno a livello normativo: anticorruzione, criteri di selezione dei direttori generali, acquisti centralizzati, patto per la sanità digitale. Tuttavia, siamo ancora in alto mare sulla riorganizzazione integrata tra ospedale e cure primarie, dove la palla passa alle Regioni, e soprattutto sul contributo attivo e deciso dei professionisti nel definire in maniera condivisa servizi e prestazioni sanitarie da cui disinvestire. Su questo, oltre alla programmazione sanitaria, pesa l’estrema frammentazione delle categorie professionali e lo sfrenato consumismo sanitario, ormai integrati nel DNA del nostro SSN."

Nasce così l'idea della Fondazione GIMBE di presentare, in occasione della Conferenza, un framework per il disinvestimento in sanità al fine di guidare Regioni, aziende e professionisti nel recupero di preziose risorse, con strumenti e azioni che agiscono sulle tre determinanti del sovra e sottoutilizzo: (ri)programmazione sanitaria, al fine di riallineare l’offerta di servizi e prestazioni ai reali bisogni di salute della popolazione; knowledge translation per migliorare il trasferimento delle evidenze alle decisioni professionali; informazione e coinvolgimento attivo di cittadini e pazienti al fine di ridurre aspettative irrealistiche e domanda inappropriata.



Durante la Conferenza, considerato che per salvare la Sanità pubblica tutti gli stakeholders devono mettere da parte interessi di categoria e sterili competizioni per intraprendere una nuova stagione di collaborazione, sono stati coinvolti tutti i vertici delle rappresentanze professionali che sono state protagoniste del forum “Il valore dell'integrazione professionale: un confronto culturale in territorio neutrale”.

Ad animare il dibattito sono stati: Alessandro Beux (TSRM), Antonio Bortone (CoNaPS), Roberta Chersevani (FNOMCeO), Barbara Mangiacavalli (IPASVI), Maria Vicario (FNCO).

Tre le principali domande attraverso le quali si è sviluppato il dibattito: come prima cosa, il Presidente Cartabellotta, ha chiesto per quale motivo non c'è valore di integrazione multi-professionale tra pazienti e società, portando a galla il problema che non si parte dal valore della domanda, ma da quello dell'offerta e che, invece, ci sarebbe il bisogno di partire da un valore oggettivamente più efficace. Si è poi chiesto ai presenti se fosse possibile ridurre l'estrema frammentazione delle categorie professionali, proponendo come soluzione una riforma degli Ordini, la creazione di un Codice Deontologico unico e anche una formazione unica. Poiché i dati presentati rivelano che ci sono 619 ordini e collegi Provinciali ( tra cui 8 Federazioni); 600 società scientifiche nazionali ( 1.300 se si contano le sezioni regionali) e 23 sindacati, che diventano 70 contando anche le sezioni regionali. Infine, è stato chiesto se una riprogrammazione sanitaria possa essere compatibile con le normative vigenti e con i contratti di lavoro.

 

 

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